Sto finendo di leggere “In acque profonde”, un libricino di David Lynch. Me lo ha regalato Elena a Cagliari. Ammiro le persone che sanno azzeccare un libro da regalarti: è una dote che decisamente non ho.
Meditazione
In quest’opera il regista parla di meditazione, di come questa funzioni da ricarica per la sua creatività. Molto affascinante.
Il tipo di meditazione che pratica Lynch è la meditazione trascendentale, una pratica derivata dall’induismo e basata sulla ripetizione di un mantra identificato espressamente per ogni individuo da un maestro. Anche se deriva da un pensiero religioso, credo si caratterizzi, come lo yoga e altre pratiche, nell’offrire agli occidentali uno strumento di benessere avulso da qualsiasi credo.
È un’operazione che mi lascia sempre un po’ perplesso, mi viene da paragonarla al bere una spremuta invece che mangiare un’arancia. La spremuta è sicuramente più dolce, ma poi ti accorgi che il troppo dolce fa male, e alla lunga è nauseante, e che le fibre dopo tutto servivano. Penso che chi ha inventato le spremute disponesse di cattive arance.
Le religioni che abbiamo oggi, soprattutto il Cristianesimo, che ha dimenticato la meditazione dal sedicesimo secolo, sono frutti avvizziti. Penso sopravvivano per inerzia o per paura, difficoltà di adattarsi al continuo mutare del mondo, ma contengono un cuore potenzialmente nutriente, varrebbe la pena darsi da fare per farle ridiventare arance succose e dolci.
… Ma vanno bene anche le spremute, per il momento.
Team building
Del libro di Lynch mi ha colpito un capitoletto in particolare. Parla del gestire un gruppo di persone. Di come riuscire ad allineare l’intento di tutti su un’idea comune rispetto a quello che si sta creando insieme.
Ha destato il mio interesse perché, recentemente, ho toccato un argomento adiacente in un romanzo che sto scrivendo. Il romanzo si chiama “Non tutti nella capitale”, quando avrò finito di ritoccarlo forse troverò anche il coraggio di pubblicarlo.
C’è una scena, nel mio racconto, in cui Clara, un ex prostituta diventata direttore generale di un’azienda, si trova a dover spiegare a un tenente dei Carabinieri come ha ottenuto quel ruolo. Il dialogo tra i due finisce per incanalarsi nel tentativo di spiegare quali sono le caratteristiche di un buon manager.
L’idea di Clara è che la qualità essenziale di un bravo manager sia quella di capire le persone.
È un’idea che nasce un po’ dalla mia esperienza lavorativa. Ho per lo più lavorato come tecnico informatico, ma in diverse occasioni mi sono ritrovato, se non altro per anzianità, a dover ricoprire ruoli di basso management. Li chiamano “team leader” in molte aziende. È semplicemente un ruolo in cui hai la responsabilità di un progetto, dal punto di vista tecnico, ma non quella completa delle persone: devi assegnare loro il lavoro da svolgere, ma non hai voce in capitolo, se non in modo molto indiretto, sul loro trattamento economico. Diventa spesso una posizione abbastanza scomoda, perché ti trovi a dover chiedere a una persona il suo impegno lavorativo, ma non puoi prometterle niente in cambio. La soluzione che ho spesso adottato è stata di offrire loro la possibilità di un aumento di professionalità, che avrebbero potuto spendere in seguito. “Ti faccio fare un lavoro in cui imparerai delle cose che saranno utili alla tua carriera”. Non sempre funziona. Bisogna capire le potenzialità di ognuno, il suo atteggiamento verso il lavoro. Capire le persone, insomma.
L’idea che propone Lynch riguarda la creazione di un linguaggio: parole che assumono un significato nuovo in quel contesto. Un linguaggio che veicola, quasi per telepatia, l’idea dell’autore verso tutti gli altri. Molto bello. Ve lo propongo qui sotto. Devo farlo leggere a Clara.
Le Prove
Durante le prove non importa da dove cominci. Riunisci gli attori e scegli una scena rappresentativa dei personaggi che hai in mente. Fai le prove e come va, va. Può esser tutto incasinato all’inizio.
Poi parli. Spesso sembra che i discorsi non abbiano molto senso. Per me e per qualsiasi mio interlocutore, però, un senso ce l’hanno. Lo senti. Così, quando rifai le prove, sei sempre più vicino all’obiettivo. E ancora più vicino la volta seguente.
Si parla tanto, soprattutto all’inizio. Puoi dire tante cose, con parole talvolta insolite e sciocche. Sviluppi però questo microlinguaggio in codice con certi attori o attrici. Per esempio, “più vento” per me significa “più mistero”. Bizzarro, vero? Eppure, a poco a poco, con il semplice gesto di una mano o pronunciando certe parole, un attore dice: «Ah, capito». A un certo punto nel corso delle prime prove, gli attori afferrano l’idea. Da quel momento si mettono in azione. E tutto il loro talento può essere convogliato nella direzione giusta.
Con il resto del personale il discorso non cambia. Parlando di prove, si pensa soltanto a quelle con attori. C’è una prova però che si svolge con tutti gli addetti alla troupe di ogni specializzazione. L’idea è quella di riunire tutti e far sì che seguano la stessa strada: quella mostrata dalle idee.
Per esempio, può darsi che un attrezzista porti un mucchio d i accessori scenici e tra essi non ce ne sia uno che vada bene; ma dicendogli due parole ti risponde: «Ah, d’accordo», e ritorna indietro con accessori decisamente più adatti.
Quindi bastano altre due parole, e stavolta torna portando con sé gli accessori perfetti. E questione di dialogo, e di azione e reazione.
Funziona così con tutto il personale, perché ogni elemento ha un ruolo cruciale per la riuscita del film. Il procedimento non cambia mai. Inizi a provare e non conta quanto tu sia lontano dalla meta. L’importante è iniziare.
Magari dici (ovviamente tra te e te!): “Santo cielo, non ci siamo proprio”.
Quindi cominci a parlare e a fare le prove. E dall’acqua arrivi al fuochino e poi al fuoco. È un procedimento astratto, ma tutti stanno raggiungendo l’obiettivo. A un certo punto in ciascuno si accende la famosa lampadina. Ed ecco: “Forse ci sono”. Quindi fai un’altra prova. E per non rovinare il risultato, non lo tocchi più fino all’inizio delle riprese.
Hai sempre in mente l’idea iniziale: l’atmosfera, il carattere essenziale.
Parlando e provando, riparlando e riprovando, ben presto spunta fuori. Una volta che tutti avranno colto lo spirito dell’idea, li avrai al tuo fianco, dal primo all’ultimo, e seguiranno le indicazioni fornite dall’idea iniziale.
Funziona così.
(da In acque profonde di David Lynch)
Se continui a ritoccarlo:
1. rischi di peggiorarlo;
2. non lo pubblicherai mai.
Ma forse, inconsciamente, è proprio quella la tua intima intenzione.
(la 2; non la 1, spero)
È un difetto da softwaristi …
“Capire le persone” mi pare un’impresa ardua e un cicinin presuntuosa. Ascoltare e cercare di capire, piuttosto …
Diciamo allora “provare a mettersi nei panni degli altri”, e certo non è facile. Il punto è che non molti manager mi sembra lo ritengano un valore importante, molti optano su una gestione basata sul dominare, spaventare.
Fossero solo i manager – non tutti, per fortuna – a spaventate per dominare! Oggi, temo, sono soprattutto gli autocrati e i tecnicrati, i padroni del pianeta.